Report dello sportello Sans-Papiers del 3/3/2018

Due settimane fa siamo andati a Ciminna, per fare visita agli ospiti del CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria) aperto da pochi mesi alle spalle del cimitero, appena fuori il piccolo comune della provincia palermitana. Anni prima la struttura ospitava il “Boccone del Povero”, una casa di riposo per anziani non molto lontana dal convento dei frati cappuccini. Poi circa otto mesi fa le cooperative sociali Onlus Facility Service e La Metamorphosi si sono unite in una R.T.I. per partecipare al bando della Prefettura di Palermo per l’apertura dei nuovi CAS e si sono aggiudicate la gara d’appalto.

Secondo quanto da noi stimato, ci dovrebbero essere 44 CAS a Palermo e provincia, fra cui 7 sono per donne e/o nuclei familiari. Lo scorso anno, la commissione di gara ha chiuso il bando a fine maggio e la proposta è stata approvata il 13 giugno 2017. La graduatoria andava però riconfermata per mancanza di accertamenti e le cooperative di Ciminna risultavano ammesse alla graduatoria finale del 10 luglio con riserva, insieme a un’altra cooperativa, “relativamente alle quali le verifiche non sono ancora state completate”. Inoltre, secondo un’intervista al responsabile pubblicata sul blog “I nuovi vespri” a luglio una ventina di ospiti (uomini) erano già inseriti nel centro, per poi allontanarsene pochi giorni dopo. Allontanamenti che sarebbero i primi di una lunga serie.

Infatti, andare proprio a Ciminna non è stato un caso: un mese prima alcune ragazze, ospiti del CAS da poche settimane, si erano rivolte al nostro sportello perchè avevano bisogno urgentemente di un posto dove dormire, visto che avevano perso l’ultima corsa del pullman di ritorno a Ciminna. Non era la prima, né l’ultima volta che le ragazze si allontanavano dal centro che risulta isolato e privo di servizi, come abbiamo potuto constatare nostro malgrado.

Il CAS di Ciminna ospita donne e nuclei familiari e ad oggi in struttura sono presenti circa 25 persone di diverse nazionalità: ivoriane, eritree, somale, camerunesi, guineane, ghanesi, tunisine, marocchine, nigeriane. Un’ospite è al nono mese di gravidanza e afferma di non aver mai visto un medico. Un gruppo di donne è arrivato a ottobre ed un altro gruppo, più consistente, nei primi di febbraio, a seguito dello sbarco della Sea Watch il 20 gennaio di Messina. La maggior parte delle persone arriva dall’Hotspot di Messina, dove sono state pochi giorni prima di essere trasferite. La permanenza più lunga all’interno del CAS è quella relativa ad un nucleo familiare che risiede lì da otto mesi e un altro da sei. Appare dunque evidente che la maggior parte delle persone ospitate dall’apertura del centro fino ad ora si siano allontanate spontaneamente. Spontaneamente, ma anche senza molte alternative aggiungiamo, considerati l’isolamento del centro e le condizioni di vita al suo interno, denunciate da quasi tutti gli ospiti.

Al nostro arrivo, ci chiedono se siamo dell’UN, riferendoci che avevano ricevuto una visita mesi prima. Non entriamo nella struttura, ma rimaniamo nella zona antistante per parlare con gli ospiti del centro. Una donna afferma: “Ho passato quasi due anni in Libia, e Dio solo sa cosa ho visto…ma mai mi sarei aspettata una volta arrivata in Europa di ritrovarmi in questo posto. Qui non c’è niente, niente di niente”. Stringe un quaderno tra le mani, dunque le chiediamo se va a scuola, ma dice di non aver mai visto un professore o una professoressa, neanche un volontario per i corsi di italiano. Chiede di aiutarla e poi inizia a piangere, voltandosi per non farsi vedere.

Al momento della nostra visita, in qualità di operatrice, c’era solamente una donna che si è presentata come una volontaria; assente la responsabile e gli operatori. Gli ospiti affermano che in generale, durante la settimana, ci sono tre operatori che alternano il proprio turno di lavoro e una mediatrice arabofona. Tra i nostri interlocutori, a parte una donna accolta da più tempo, tutti riferiscono di non avere mai visto un medico. Una ragazza lamenta un’infezione con forti dolori da ottobre e chiede di aiutarla, dal momento che le sue richieste, da quattro mesi, rimangono inascoltate. Nessuno ha mai visto un avvocato, né ricevuto un’informativa legale, né sono mai stati in Questura. Molti hanno ancora i vestiti e le infradito dello sbarco e dicono di non avere ricevuto altro vestiario. Affermano di mangiare una volta al giorno e che l’acqua presente in struttura sarebbe quella presa da una fonte non molto lontana. Difatti, secondo un’altra notizia della cronaca locale, sembra che in agosto i carabinieri della zona abbiano accertato la mancanza di acqua nella struttura.

A seguito di quanto visto e ascoltato, riflettiamo su quanto sia doveroso segnalare una situazione come quella appena descritta. Una situazione che non è nuova – sono tanti i CAS isolati e in strutture fatiscenti come ex alberghi di lusso, mostri della speculazione edilizia degli anni ’70, in impianti sciistici o rifugi in disuso, ora destinati a ben altra economia. Tuttavia non c’era mai capitato di vedere, come soggetti protagonisti di questi scenari, donne e bambini. Donne che portano gravidanze in stato avanzato, ragazzine con infezioni a trasmissione sessuale, da poco uscite (e chissà a quale “prezzo”, economico e umano) dai centri di reclusione delle milizie libiche. Persone in stato di vulnerabilità che avrebbero bisogno di un sistema di accoglienza pronto, di operatori professionisti, di supporto psicologico – necessario a chi, come molte di loro, ha subìto traumi violenti. Invece da questo sistema, per come è pensato, strutturato, ci si allontana, preferendo le periferie di qualche città europea.

*La Prefettura di Palermo ha disposto la chiusura del CAS nel mese di maggio 2018. 

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