“Stare ad un metro di distanza l’uno dall’altro è praticamente impossibile”. Siamo al CC Pagliarelli, a scrivere questa frase da poco pubblicata sui giornali sono i detenuti che hanno appena terminato lo sciopero della fame. Da giorni, diversi detenuti manifestano pacificamente per la propria sicurezza al CC Paglierelli e al CC Ucciardone.

Ci teniamo a capire cos’è successo dentro le carceri di Palermo non solo in quanto cittadini e cittadine impegnati, ma anche perchè conosciamo diverse persone detenute, con cui da un paio di anni manteniamo una corrispondenza cartacea e che supportiamo nel rapporto con gli avvocati penalisti.

I giornali hanno citato solo un frammento della lettera, dando invece spazio ai fatti di cronaca legati alle proteste, alle tentate evasioni, e soprattutto a lle morti che hanno fatto seguito a questi fatti. Per la prima volta, siamo venuti a conoscenza di quanto è accaduto solo dai quotidiani e non dai nostri contatti in carcere. Da loro, non riceviamo notizie dall’inizio della quarantena.

Ci è difficile immaginare come stiano vivendo questo momento all’interno delle carceri. Pensiamo al panico, alla paura e alla confusione che, in un simile contesto, si possono diffondere dentro un penitenziario. Un penitenziario dove tutti i colloqui familiari sono stati annullati, e sostituire le visite con le chiamate è molto complicato e più può richiedere diverse settimane, se non mesi; i contatti con gli avvocati, già non sempre garantiti per tutte le categorie, sono ormai possibili solo per i casi più urgenti, e dove le infrastrutture disponibili non permettono di rispettare le misure di sicurezza sanitaria necessarie in caso di pandemia. Per riportare dei dati concreti, la capacità ufficiale del CC Pagliarelli è di circa 1.200 persone, ma sappiamo che già normalmente ne contiene 200 in più. È chiaro che una simile condizione di sovraffollamento renda sempre più concreto il rischio di un contagio incontenibile. Ad oggi in Italia sono stati trovati 10 detenuti positivi al virus.

E non possiamo fare a meno di notare che 10 fra i nomi dei 14 detenuti morti durante le proteste di questo periodo siano nomi stranieri. Se è difficile immaginare la situazione che sta vivendo un detenuto italiano in questo momento, lo è ancora di più mettersi nei panni di chi non è originario di questo paese, come tutti i nostri contatti fra i detenuti; persone che non parlano bene la nostra lingua e che vedono ristrette e compromesse le loro libertà senza poter ricevere una spiegazione nella loro lingua, o nelle lingue principali oltre l’italiano. In alcuni casi, si tratta di persone che sono state arrestate e imprigionate immediatamente dopo lo sbarco, con l’accusa (decaduta, nella stragrande maggioranza dei casi) di essere scafisti. Dell’Italia, della Sicilia, non hanno visto ancora niente.

La reclusione forzata durante una pandemia potrebbe rappresentare una forma di pena aggiuntiva, anche se nessun codice penale l’ha finora descritta.Viene quindi naturale chiedersi: i diritti fondamentali sono ancora il nostro punto di riferimento?

Ad oggi, l’unica risposta del Governo è stata l’emanazione del nuovo decreto “Cura Italia” il quale, tra le altre misure, prevede un contributo di oltre 2 milioni di euro per il CC Pagliarelli per risanare i danni registrati a seguito delle proteste della settimana scorsa.  Di certo non sono solo i danni arrecati dai detenuti in rivolta ad aver messo in evidenza le grandi carenze strutturali del CC. La necessità di intervenire sussisteva già prima, dispiace notare che si sia utilizzato il pretesto delle proteste per giustificarne l’urgenza.

Oltre lo stanziamento dei fondi, le altre misure adottate nei vari decreti che si sono susseguiti non sembrano rispondere all’emergenza: è stata emanata una direttiva per facilitare le misure alternative alla detenzione (già di difficile accesso per la popolazione straniera), ma le udienze che si dovrebbero tenere per adottare tali provvedimenti rimangono sospese; si vuole estendere l’utilizzo del braccialetto elettronico, ma non se ne trova disponibilità.

I detenuti, è bene ricordarlo, sono cittadini e cittadine, amici, amiche, genitori, parenti, figli e figlie. Sono persone che vanno tutelate – ma il Governo sembra aver dimenticato i principi che stanno alla base di uno stato democratico. Uniamo la nostra voce alle rivendicazioni dell’associazione Antigone che difende i diritti dei detenuti e detenute, e continuiamo a lottare insieme ai nostri amici per una riforma radicale del sistema carcerario che garantisca il pieno rispetto di questi diritti e la costruzione di una società più giusta.

Partecipa alla discussione!