Quando il Comune di Palermo, nel giugno del 2019, ha dichiarato l’Emergenza Climatica  attraverso il Consiglio Comunale (D.C.C. n.321 del 07/06/2019), alcune attiviste ed attivisti impegnatә nel capire e denunciare i conflitti socio-ambientali locali e globali hanno drizzato le orecchie. 

Veniamo da un 2019 che, con i suoi scioperi del venerdì lanciati da Greta in tutto il mondo, ha lasciato segni indelebili nella società rispetto alla lotta per la giustizia climatica e sociale. Vecchie e nuove forze hanno rilanciato con energia rinnovata le indicazioni del mondo scientifico, e denunciato le assurdità sistemiche indotte dal libero mercato globale e dal colonialismo storico, che hanno accelerato disuguaglianze strutturali inaccettabili e scompensato pesantemente i cicli bio-chimico-fisici del pianeta. 

Oggi ad esempio è più facile, rispetto a qualche anno fa, raccontare che chi ha causato la crisi ecologica è la grande industria e le economie di scala (e non l’umanità indistinta), e chi ne subisce maggiormente gli impatti vive di base in condizioni di marginalità o di oppressione. Chi appartiene alle classi sociali povere, è più esposto ad eventi meteorologici estremi, o agli impatti sanitari di epidemie ed inquinamento. 

E l’assetto di un determinato territorio, le infrastrutture ed i servizi pubblici di cui tale territorio è dotato, hanno la facoltà di amplificare o ridurre questi effetti diversificati. L’esempio più clamoroso lo stiamo ancora vivendo, con la pandemia da covid-19 ed il relativo lockdown a far da spartiacque sociale, ad indicare che in fondo la densità abitativa conta, e la presenza o meno di servizi pubblici territoriali diffusi è determinante.

Che cosa significa dunque, per un Comune come quello di Palermo, dire di essere in “Emergenza Climatica”? Si parla spesso di “emergenza rifiuti”, o “emergenza povertà”, ma il clima è un fatto talmente complesso e sofisticato, da andare fuori dalla portata di interessi e bisogni dei vari soggetti che si affaticano intorno alla vita cittadina.

E per comprendere il grado di consapevolezza dell’amministrazione locale rispetto a questa sfida, bisogna fare storia, ripercorrere i fatti politico-amministrativi degli ultimi anni.

Palermo è entrata nel 2011 nel Patto dei Sindaci, una piattaforma di adesione volontaria che impegna i comuni europei – per quanto di loro competenza – a ridurre le emissioni di gas serra, in linea con gli obiettivi delle direttive europee e degli accordi internazionali sul clima.

La prima ondata di lavori prevedeva la preparazione di Piani per l’Energia Sostenibile, con la ricognizione delle principali fonti di consumo locale, e l’elaborazione di schede-azioni tese a ridurre tali consumi.. 

Il Comune di Palermo non è stato da meno, nel 2015 ha prodotto il piano, ed attraverso le azioni individuate, si è posto l’obiettivo di ridurre al 2020 le emissioni del 21% rispetto a quelle del 1990.

In sostanza ci si è impegnati a fare un lavoro di mitigazione, ovvero di “calmare”, ridurre le cause che provocano crisi ambientali e climatiche.

Il secondo step di pianificazione richiede l’integrazione fra una strategia energetica sostenibile e una strategia di adattamento climatico, concetto che sconvolge gli approcci politici e culturali alla crisi climatica, poiché accosta al bisogno di agire sulle cause, l’urgente necessità di preparare al meglio il territorio agli effetti di un cambiamento ormai quasi inarrestabile.

Nell’aderire anche a tale iniziativa, il Comune di Palermo è quindi attualmente alle prese con la preparazione di un Piano di Azione per l’Energia Sostenibile ed il Clima, per il quale ha ricevuto un finanziamento regionale di circa 82.000 euro, ed ha nominato a marzo 2021 un Esperto in Gestione dell’Energia (EGE), l’ing. Pier Francesco Scandura.

A grandi linee, accanto ad una nuova e più aggiornata ricognizione dei consumi, è necessario svolgere un’analisi approfondita del territorio, non solo sul piano ambientale (assetto idrogeologico, climatico, verde e biodiversità, mobilità e consumo di suolo ecc.), ma anche dal punto di vista sociale, demografico e dei bisogni della popolazione. 

Su queste basi vengono elaborati i cosiddetti “hazards”, ovvero i rischi specifici per la città di Palermo. 

Al di là dei dati tecnici, i temi sono enormi. 

Alcuni dipendono a monte dall’impostazione volontaristica del Patto dei Sindaci, che non vincola in maniera stringente a dei risultati, e che in tal senso rischia di invalidare il processo, trasformandolo in una mera operazione di tinteggiatura “green”, come tante messe in campo da istituzioni ed imprese a livello nazionale ed internazionale.  Del vecchio Piano per l’Energia Sostenibile non sappiamo molto: consumiamo di meno? sono stati raggiunti gli obiettivi? Nessuna restituzione pubblica dei lavori, e non sembra esserci stato nessun richiamo per questa mancanza.

Altri temi – a mio avviso la maggior parte – riguardano la capacità di andare oltre l’applicazione meccanica di un mero elenco di adempimenti.

Ci sono tanti modi ad esempio per promuovere la partecipazione della cittadinanza alla programmazione e alla pianificazione territoriali, ed il coinvolgimento degli “stakeholders”, i questionari on-line, sono solo un modo molto stanco per fare il minimo previsto. 

Ci sono tanti modi per mappare una realtà complessa di una città come Palermo,  e lo studio delle carte tecniche, o qualche misurazione ambientale, sono sempre il minimo sindacale, per poter dire di aver seguito le indicazioni ministeriali. 

Queste modalità vanno completamente riviste anche a partire dall’idea di privilegio: se gli strumenti per accedere a questi spazi sono solo appannaggio di poche persone ben informate e benestanti, si è già creata disuguaglianza in partenza, e i temi portati sul tavolo rappresenteranno solo pochi interessi.

Eppure le idee non mancano per evitare ciò. Si potrebbero attivare le Circoscrizioni, le associazioni che non si occupano di ambiente, accanto ai diversi enti competenti in materia, e a pezzetti di Università. 

Si potrebbero fare assemblee di strada, e mappare le problematiche socio-ambientali, ibridando il racconto degli/delle anziane del quartiere, con le competenze accademiche e scientifiche. Bisogna attivare uno studio multidisciplinare, e far lavorare mediatrici sociali e antropologi oltre che climatologhe e ingegneri. I linguaggi devono essere calibrati per diversi target di popolazione, perché la scienza e la tecnica devono essere accessibili a tutte e tutti

Uno stralcio delle mappe interattive di Urbanproof Tool, implementato dal Comune di Reggio Emilia

Infine, è in sede di pianificazione energetica che si deve a gran voce cominciare a parlare di povertà energetica, e della possibilità di promuovere le comunità energetiche dal basso, autorganizzate e diffuse, che restituiscano sovranità nella gestione delle risorse di base per la salute ed il benessere della popolazione. 

È necessario in sintesi un piano di fuga dai vecchi schemi. 

Il 13 aprile c’è stato il primo incontro on-line di presentazione dei lavori, alla presenza di Sindaco, Assessore all’Ambiente ed Energy Manager. Niente dà certezza che le considerazioni di cui sopra saranno realmente prese in considerazione: i soldi sono pochi, la sindacatura ormai agli sgoccioli.

Questi spazi vanno quindi abitati con conflitto e radicalità, per metterli in discussione, aprire nuove strade alle risorse che permetteranno a Palermo di proteggersi e curarsi con una pianificazione che tenga conto delle fragilità sociali, economiche, demografiche e ambientali viste come un insieme interdipendente. Non dopo il Covid. Non dopo l’alluvione del 15 luglio 2020.

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