Tratto da Palermograd.

Mentre il mondo parla del divieto per i musulmani di entrare negli Stati Uniti, l’Europa continua a rifiutare, trattenere o uccidere i musulmani d’Africa, bloccati per decenni dalle nostre frontiere. In questi giorni sono stati i marocchini a subire a Palermo l’abbandono più spettacolare, ancorché meno notato dai media.

In autunno era già successo almeno due volte. La stazione si riempie di un centinaio di uomini, tutti marocchini. Questa volta c’è un ragazzo berbero di 19 anni, un tipo comico che ride nel raccontare storie tremende successe in Libia. Una bomba che esplode, un conoscente morto, una pistola alla testa. Tutto con il sorriso sulle labbra, la mente chiaramente distorta e insieme cosciente di tale distorsione. E poi un quarantenne che parla della moglie e della figlia di due anni, a casa. Parla al telefono con un suo cugino che sta a Milano: si è messo in un angolo, con un sorriso un poco nascosto, di sollievo. E facce vecchie che mascherano un corpo giovane, persone che hanno perso tutto e non riescono a reagire all’approdo in Europa neppure con una commedia infernale o una piccola espressione di sollievo: un uomo con le guance scavate e uno sguardo disorientato, che parla solo un dialetto quasi incomprensibile anche ai suoi connazionali. Mi viene in mente una faccia dell’autunno scorso: quella di un uomo con gli occhi umidi, che aveva perso tutto in Libia, dove la sua famiglia era stata sterminata. E arrivato in Europa gli avevano anche fregato tutti i soldi. Portava una sciarpa e una giacca che erano state mie, poi è andato via col treno.

La settimana scorsa è arrivata la notizia di un giovane gambiano, Pateh Sabally, morto suicida nelle acque veneziane. Due settimana fa un altro giovane africano aveva tentato di suicidarsi qui a Palermo.
E mi ricordo vagamente – era un trafiletto che ormai s’è perso in cronaca – di un altro caso del genere, un mese fa. Questi sono casi che riguardano persone peraltro prese in carico dal sistema di accoglienza italiano. Perciò, quando si pensa per un attimo ai “fuori accoglienza”, come per l’appunto i marocchini abbandonati in mezzo alla strada, quando si pensa a quell’uomo che non può fermare le lacrime, neanche per mangiare, si capisce la terrificante vicinanza della morte a queste persone, abbandonate alla strada, all’asfalto, ai ciottoli. Verrà la morte e avrà i suoi occhi.

Chiarificazione legale:
Ad ogni sbarco, il trattamento dei migranti dipende sempre  più dalla loro nazionalità.
– Siriani ed eritrei, che scappano rispettivamente da una guerra e da una dittatura con cui ancora il governo italiano non ha fatto un accordo, possono accedere al programma europeo di ricollocamento. Un progetto sicuramente fallito, visto che la maggior parte delle persone inserite o aspettano negli ‘Hub’ sovraffollati oppure si sono già allontanate autonomamente.
– Senegalesi, gambiani e persone provenienti da diversi altri paesi possono richiedere asilo, per poi bivaccare nei centri di accoglienza impoveriti e psicologicamente violenti. Tra questi la giovane ivoriana, Sandrine Bakayoko, che è morta tre settimane fa in un centro di questo tipo, vittima dell’abbandono.
– Egiziani, tunisini e, a volte, anche nigeriani e sudanesi, vengono subito rimpatriati, grazie agli accordi bilaterali (nonostante l’ovvia illegittimità di una prassi del genere). Per questi non c’è neanche l’opportunità di dichiararsi militanti rivoluzionari, perseguitati politici. I tunisini arrivano con piccole barche direttamente sulle coste siciliane, per esempio a Torre Salsa o a Selinunte. Non si sa quanti muoiano in mare, senza lasciare tracce.
– Non c’è invece attualmente un accordo di questo tipo con il governo del Marocco. L’ambasciata non riconosce i suoi cittadini, che pertanto non possono essere rimpatriati. Allo stesso tempo, non solo il Marocco è considerato un “paese terzo sicuro” (ovvero senza guerra o gravi problemi politici), ma gli stessi marocchini che arrivano in genere non chiedono protezione internazionale, ritenendo che se ricevessero asilo, non potrebbero mai più far ritorno al proprio paese. In realtà esistono diversi tipi di protezione internazionale, dei quali non tutti vieterebbero questa possibilità (esiste ad esempio la ‘protezione umanitaria’, che si potrebbe richiedere in seguito a un trauma subito o ferite riportate durante il transito in Libia).

Tanti di questi uomini marocchini sono migranti della classe operaia, persone che dal Marocco si sono spostate in Algeria, poi dalla Tunisia hanno raggiunto la Libia, sostentandosi con lavoretti nei settori edile ed agricolo. Sono persone che hanno attraversato scontri a fuoco, deserti e bombardamenti, e la loro prima esperienza dell’Italia è stata l’identificazione nell’Hotspot di Milo, seguita dall’abbandono in autostrada, con un foglio di via in mano.

Grazie a degli amici di Trapani, la settimana scorsa siamo stati preavvisati che quasi 150 persone sarebbero transitate da Palermo, con l’intenzione di proseguire verso Napoli, Roma, Milano. Arrivano con pezzi di carta su cui hanno scritto numeri telefonici italiani, tedeschi, francesi. Devono chiamare i loro cari, chiedere trasferimenti di soldi per i quali non hanno i documenti necessari, e devono cercare persone che possano farlo per loro, volontariamente o in cambio di una percentuale.

Ed ora torniamo alla stazione di Palermo. Una cinquantina di persone ogni notte per tre giorni ha dormito a cielo aperto, con coperte portate da volontari e stranieri, dalle persone – palermitani o meno – che ancora posseggono una briciola di umanità. La polizia li ignora, nel bene e nel male. La chiesa “istituzionale” è assente, il Comune pure. I dormitori sono strapieni; anche le stanze riservate per le emergenze sono piene, visto il gelo di dieci giorni fa. Abbiamo trovato pochi posti in tutta la città, e fino alle 22 non era sicuro che fossero disponibili.

Piano piano hanno trovato i mezzi per andare via, verso un’altra stazione, un altro futuro. Mi chiedo, quante di quelle persone sopravvivranno a queste esperienze? Di sicuro non tutti. Senza documenti, non esistono per le statistiche, diventano invisibili. Se riuscissero ad arrivare fino ai loro cari e amici, troverebbero un poco di quella visibilità per la quale, alla fin fine, tutti noi lottiamo. Per un fatto di sopravvivenza e di riconoscimento, innanzitutto. Nel frattempo lasciano tracce di umanità, tra l’incantesimo e l’invocazione: “enchanté”, “al hamdu lillah”..

Immagine: Ahmed Driss El-Yacoubi (Marocco, 1928-1985), Mirage

Partecipa alla discussione!