Per alcuni ha rappresentato un voto politico, per altri un voto sul merito della riforma, resta il fatto che il referendum del 4 dicembre ha mostrato un paese spaccato. Questa conclusione emerge non tanto dai risultati finali, quanto dall’aggressività delle campagne verso il voto e dall’eterogeneità dei gruppi che hanno sostenuto il NO.
L’unico risultato evidente di tutto il percorso referendario è il mettere in luce una patologia già presente in Italia ed in Europa che possiamo chiamare “crisi di rappresentanza politica”. Ovvero lo scollamento tra la classe politica e la società civile. Questo è quanto era stato già evidenziato dal prof. Tommaso Baris nostro ospite al dibattito pre-referendum che si è tenuto al circolo il 15 novembre e che condividiamo pienamente.
Al di là del giudizio sulla riforma che come tutte le riforme aveva i suoi pregi e difetti, il messaggio che proviene dalle urne è chiaro: la classe politica non è più in grado di rappresentare gli italiani di oggi. Il fatto stesso che coloro che hanno votato NO lo hanno fatto per motivi molto differenti fra loro, denuncia un malessere congenito che non può trovare soluzione in una dimensione istituzionale, ma solo a livello politico.
Un forte indicatore a dimostrazione di quanto detto è rappresentato dal voto del sud Italia, dove lo scollamento tra politica e società è più forte, e dove un fronte del NO molto eterogeneo ha schiacciato i sostenitori del SI.
A cosa abbiamo detto NO? A prescindere dai motivi dei singoli, il sud, come molte altre regioni, ha detto no ad una politica lontana che continua ad insistere su un modello istituzionale che ha già dimostrato in Europa di non essere in grado di ascoltare i bisogni dei cittadini.
Cosa possiamo imparare da questa lezione? Che c’è la necessità di cambiare il modello politico corrente. I bisogni dei cittadini sono sempre più eterogenei con la conseguenza che i partiti così come operano oggi non sono in grado di rispondervi efficacemente.
Il ruolo della politica non può più risolversi nell’imposizione di un modello economico, ma deve essere quello di lavorare per migliorare la qualità della vita degli abitanti, ponendo in essere gli strumenti per mettere questi ultimi in condizione di esprimersi e di auto-realizzare i propri bisogni.
Con questa idea, e con la consapevolezza dei suoi limiti in termini dimensionali e di incidenza politica, al Porco Rosso, già da due anni, si lavora in questa direzione …

Partecipa alla discussione!