Alima mi chiama alle otto di sera, e la sua voce acuta è un canto di gioia.

“Grazie grazie, sono andata oggi a fare la spesa!”
“Sono contenta, ma tu stai facendo il Ramadan vero?”
“Si”
“E adesso stai spezzando il digiuno? Lo bevi il caffè Tuba?”
“Cosa?”
“Caffè Tuba, i miei amici senegalesi lo fanno sempre per il Ramadan di sera… tu di dove sei?”
“Burkina Faso, noi mangiamo latte con i datteri” 

Alima aveva diritto al buono spesa, e finalmente le è arrivato il 30 aprile dopo due settimane di attesa. Io, per una congiuntura di strani eventi, l’avevo aiutata ad inserire i dati nel portale e ad informarla sugli aggiornamenti. 

Ho provato una sensazione di grande soddisfazione, non solo perché siamo riuscite a farle ottenere qualcosa con cui sopravvivere, ma perché attraverso questa formula lei si è potuta comprare ciò che è sua abitudine preparare per spezzare il digiuno. Decidere cosa cucinare per noi stesse è una bellissima libertà, spesso sottovalutata.

Il cibo è stato il motivo fondamentale per cui sono nate tutte le iniziative di distribuzione della spesa e di solidarietà cittadine: gruppi di persone hanno messo in campo le loro competenze e capacità per garantire a quante più famiglie possibile di non “saltare la settimana”. 

Permettere alle persone di sfamarsi è stato letteralmente il senso principale della rete.

In generale, il cibo, la sua assenza e le sue forme di distribuzione, sta mettendo in luce, ora più che mai, tutte le contraddizioni e le stranezze di un sistema ingiusto: fino a poco tempo fa, se avevi la residenza ed il codice fiscale, potevi avere il buono spesa (e quindi andare in un negozio e comprare il cibo che vuoi), altrimenti, se non avevi i requisiti e eri in fondo alla scala sociale, ti toccava una volta alla settimana il pacco di pasta e la scatola di sugo. Se non riesci a rivolgerti alle realtà sociali che in queste settimane si sono preoccupate di rivoltare i quartieri per non dimenticare nessuna persona, allora non avrai neanche quel pacco di pasta. Ed ancora, senza andare così lontano, se guadagni poco, se hai una famiglia a carico, spesso devi lottare con sconti, promozioni nei supermercati e discount, e non hai la possibilità di accedere ad un cibo genuino. Alcune di queste storture siamo riusciti a denunciarle e sono stata modificate, altre no.

Leggere i fatti recenti attraverso la prospettiva dell’alimentazione può sembrare un vezzo da salutisti e da chi ha le risorse economiche per permetterselo.

Però, se io sto aiutando, lo voglio fare bene! Voglio assicurarmi che le donne abbiano gli assorbenti. Voglio che le persone possano o scegliere autonomamente cosa mangiare. Purtroppo però il cibo proveniente dagli enti erogatori tradizionali, ad esempio il banco alimentare, è lo specchio dell’attività assistenzialista che preferiremmo non fare.

Credo che sia doveroso, per combattere a favore una società più giusta, egualitaria e solidale, considerare alcuni aspetti legati alla produzione e distribuzione del cibo. E nel farlo, cercare di ragionare per filiera, considerando cioè allo stesso tempo le criticità ed i bisogni nelle varie fasi.

Rispetto ad altre città del centro-nord Italia, a Palermo le attività di piccola distribuzione e di prossimità sono ancora numerose, anche in centro storico. In alcuni casi particolari, queste realtà esistono in forma aggregata, quasi a formare un’unica realtà, come nel caso dei mercati rionali e dei mercati storici. 

Fin dall’inizio dell’isolamento sono nate iniziative solidali anche da parte di questi soggetti. L’Abbannìata Solidale ad esempio è una meravigliosa iniziativa autorganizzata dai mercatari e da alcune associazioni del centro storico, con cui è stato chiesto ai/alle clienti del mercato di fare una “spesa sospesa”, ovvero la possibilità di anticipare il pagamento della spesa per un futuro cliente che non può permetterselo.

Rispetto alla strategia adottata dall’Amministrazione Comunale, mi chiedo quindi perché la lista dei negozi dove utilizzare il buono spesa della Centrale Unica di Committenza comprenda solo players della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), che sono stati individuati essere la causa principale delle storture economiche e sociali nelle filiere alimentari nazionali ed internazionali. 

In questo modo, si favoriscono gli operatori economici di scala, che da anni stanno mettendo in ginocchio le piccole e medie imprese agricole su cui ancora si fonda il settore in Italia, ed allo stesso tempo si penalizza proprio quella distribuzione di prossimità che contribuisce ad arricchire di relazioni sociali la nostra città, e che rischia di andare sempre più in sofferenza.

Andrebbero costruite altre filiere che tengano in conto della miriade di piccoli produttori e produttrici, intorno alla città, nella provincia. Esistono straordinarie reti di solidarietà in città, ma non è altrettanto facile trovare delle reti contadine con cui attivare uno scambio di beni e saperi, perché hanno difficoltà a rimanere in vita: la loro esistenza non sembra essere una priorità politica. 

Eppure ora più che mai si potrebbe scegliere diversamente come nutrire e nutrirsi. Seguo da vicino l’organizzazione della distribuzione a Ballarò, e sono stupita dalla quantità di cibo che la rete riesce a gestire per fare le buste della spesa: sono ordini enormi di derrate alimentari, che per adesso – è normale – sono fatti prevalentemente secondo criteri di economicità, di rapidità dell’approvvigionamento, e di composizione del nucleo familiare. Mi chiedo come sarebbe se le politiche sociali ed ecologiche creassero le condizioni per un accesso più immediato a prodotti locali e provenienti da piccole realtà produttive. Mi chiedo anche come sarebbe un sostegno alimentare che consenta una maggiore possibilità di scelta per le persone, al fine di prevenire gli sprechi e restituire loro maggiore dignità. 

Ritengo comunque sia fondamentale cominciare a portare questi ragionamenti all’interno delle reti sociali e solidali attive in città, ed allo stesso tempo premere per delle misure istituzionali che mettano a sistema questi bisogni.

Giulia di Martino

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