“Kellon ya3ne kellon”. Considerazioni sull’autunno libanese

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Beirut, 21 Ottobre 2019 – La Place des Martyres

La scultura che si staglia al centro della Piazza dei Martiri di Beirut, scenario principale delle contestazioni delle ultime settimane, è stata costruita nel 1960 dallo scultore italiano Marino Mazzacurati. Eretta in ricordo della lotta di alcuni patrioti libanesi contro il dominio Ottomano (1916), è oggi il simbolo della riappropriazione dello spazio pubblico da parte del popolo libanese unito. La statua sorge, infatti, al centro del campo di battaglia principale durante la guerra civile, poi trasformato in un enorme parcheggio ed oggi sede del movimento di proteste che ha investito l’intero paese nelle ultime settimane.

Beirut, 18 Ottobre 2019 – La vista su Riad Al-Solh dal Ring

Nonostante il debutto violento, che ha visto scontri tra le forze dell’ordine ed i manifestanti e ingenti danneggiamenti al patrimonio cittadino, le manifestazioni hanno acquisito un carattere pacifico e festante.

Seppur lo scenario di guerriglia urbano sia stato privilegiato nella comunicazione mediatica, questo si è limitato al pomeriggio e alla sera di Venerdì 18 Ottobre.

La rabbia sociale, accumulata dopo un trentennio di violazione dei diritti e drammatica corruzione, è esplosa. Lo spazio pubblico è stato occupato, messo a ferro e fuoco e, infine, abbandonato e riabilitato a terreno di dialogo.

A partire dalla notte del 17 Ottobre, il popolo libanese unito (per la prima volta dopo gli accordi di Ta’if del 1989) si è riversato nelle piazze, al grido di “kellon ya3ne kellon” (“tutti significa tutti”). La protesta, erroneamente letta come “la rivoluzione di WhatsApp” agli albori, reclama un cambiamento sistemico per cui è necessaria una epurazione delle forze in campo: in Libano, infatti, le élite al potere si auto-riproducono dalla fine del conflitto civile (1975-1990), all’interno dello schema confessionale che domina la vita politica e i processi di decision making.

La classe politica è accusata di aver costruito un sistema di corruzione, che ha impedito lo sviluppo del paese, aumentando la distanza tra la popolazione affamata (quasi 2/3 della popolazione del Libano vive con meno di 2$ al giorno) e lo strapotere della upper-class.

L’ondata protestataria ha investito il paese da Nord a Sud, travolgendo zone ritenute roccheforti del potere cristallizzato, come Nabatiye e Saida, storicamente sotto il controllo sciita di Hezbollah, o Tripoli, baluardo sunnita.

Sebbene il paese avesse vissuto circostanze similari nel 2005, dopo l’assassinio dell’all’ora Primo Ministro Rafic Hariri, nel 2011, in linea con il sollevamento delle Primavere Arabe, e nel 2015,  con la crisi dei rifiuti, è il carattere estremamente innovativo della protesta a far sperare in un reale cambiamento : alcuna bandiera di partito è stata innalzata. Il popolo chiede la fine del sistema confessionale, la fine della corruzione e delle riforme economiche che possano guidare il paese fuori dalla crisi di produzione attuale (il Libano importa il 90% dei beni di consumo).

Beirut, 18 Ottobre 2019 – Lo spazio antistante la Moschea Al-Amin, ©letriplesept

Le reazioni della Piazza dei Martiri dopo il primo discorso ufficiale dell’ormai ex Primo Ministro Saad Hariri. Il popolo rincara gli slogan, i canti e le azioni: Saad Hariri chiede, infatti, 72 ore di tempo per varare delle riforme “salva paese e salva governo”. La Piazza è incredula, le proteste continuano fino a notte fonda. Il passaggio di alcuni ragazzini in scooter al grido di “thawra” – rivoluzione – scardina l’assembramento per qualche minuto, si accattiva l’attenzione della folla; poi l’inno nazionale ricomincia da capo.

Beirut, 18 Ottobre 2019 – Il Ring, ©letriplesept

Le manifestazioni delle ultime due settimane hanno visto svilupparsi più fronti d’azione: le piazze gremite, la circolazione congestionata, le banche e gli esercizi commerciali chiusi, e persino le Università, in solidarietà al paese. Un attacco alla vita quotidiana.

Il Ring, anello principale della città, costruito da Rafic Hariri per collegare il quartiere cristiano (Achrafieh) al quartiere musulmano (Hamra) al termine della guerra, è divenuto campo di battaglia. Occupato dai manifestanti, poi dalle forze dell’ordine, poi quasi violato dai simpatizzanti di Hezbollah e Amal, ha rappresentato e rappresenta una lente d’analisi dello sviluppo delle proteste.

Beirut, 22 Ottobre 2019 – La Place des Martyres

La “rivoluzione” è il debutto sulla scena di venditori ambulanti di ogni tipo: dal narghilé ai fiori, dalle bandiere alle magliette. La “thawra” diventa brand in men che non si dica. Basta passeggiare per le strade limitrofe alla piazza o sulla principale arteria di accesso per ritrovare piccoli banchetti di commercianti autodidatti che, nell’attesa del cambiamento, avviano un nuovo business di famiglia.

Non è raro incontrare dei bambini nelle vesti di venditori da strada.

Secondo le ONG presenti sul territorio e impegnate nella lotta al riconoscimento dei diritti dell’infanzia, infatti, i più giovani rappresentano la fascia della popolazione meno tutelata.

A ci  si aggiunge la gestione fallace delle politiche di integrazione dei rifugiati siriani, in larga maggioranza minorenni.

 

Beirut, 22 Ottobre 2019 – La Place des Martyres

1,2 milioni secondo le stime dell’UNHCR e vittime prime delle disastrose condizioni economiche e politiche del paese, i rifugiati provenienti dalla Siria – come per i Palestinesi nel periodo che precedette la guerra – non godono dei diritti fondamentali. La fallace politica di integrazione crea, infatti, dei ghetti urbani – e, a volte, rurali – che diventano coltura per l’economia informale che, come sappiamo, spesso viola in primis i diritti dell’infanzia.

La “rivoluzione” libanese, attualmente in corso, si inserisce nel quadro dei sollevamenti dei paesi “in via di sviluppo”, che non hanno retto una transizione imposta al sistema capitalistico. Le crisi economiche, costanti negli ultimi due decenni, hanno affamato una popolazione già dilaniata dal conflitto civile. La posizione geografica del Libano, in più, dal confine con Israele a quello con la Siria, rende il paese perennemente instabile e passibile di attacchi incrociati delle grandi potenze.

 

 

Dopo le dimissioni del leader cristiano Geagea il 21 Ottobre, quelle del Primo Ministro Saad Hariri il 29 Ottobre, insieme all’inerzia del Presidente della Repubblica Aoun e alla retorica di Hezbollah, le manifestazioni continuano ad oltranza e, seppur la circolazione sia ormai fluida e le banche oramai aperte, il popolo continua ad affollare le piazze.

Nessuna tregua all’orizzonte, fino a nuovo ordine.

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