“E io tante volte ho pensato che un uomo va trattato come un uomo e non come una bestia e trattare un uomo come un uomo vuol dire farlo star pulito, in una casa pulita, mostrare simpatia e considerazione per lui e soprattutto dargli speranze per l’avvenire. Se questo non si fa, l’uomo, che è capace di tutto, non ci mette niente a diventare una bestia e allora si comporta come una bestia ed è inutile chiedergli di comportarsi come un uomo dal momento che si è voluto che fosse bestia e non uomo”.

Ultimamente penso spesso a quelle parole di Moravia ne La Ciociara. Di persone che non hanno speranze per l’avvenire perché, semplicemente, non hanno neanche speranze per un pasto per la propria famiglia alla sera, in fila fuori da Moltivolti ce ne sono a centinaia, ogni giorno.

Mi sale il cuore in gola ogni mattina, perché so già cosa aspettarmi. Nonostante sia in anticipo, trovo sempre una fila troppo lunga, poca distanza di sicurezza, un’enorme confusione sui volti e negli occhi delle persone. Chi sta fuori a gestire la fila, a volte la bestia di Moravia la vede eccome: tutti hanno una domanda da fare, alla quale, nella maggioranza dei casi, non sappiamo rispondere neanche noi. E capita non troppo raramente che alcuni proprio per questa ragione ci inveiscano contro, come se la colpa di questo disastro fosse la nostra; c’è chi con prepotenza cerca di saltare la fila,  portando avanti lo slogan “perché gli stranieri sì e noi italiani no?”; chi alza la voce, perché al buono spesa ha diritto solo chi a marzo ha guadagnato meno di 560 €, anche se hai una famiglia numerosa da sfamare e l’affitto da pagare. La gente è nervosa, è spaventata, la tensione a volte è troppo alta. Di fatto, chi ci ha voluto bestie non è solo il virus, ma è una burocrazia complicata, ostica, fatta di lungaggini e inutili passaggi.

E bestia hai paura di diventarci anche tu, perché lo sai che avrebbero bisogno che ti soffermassi  cinque minuti in più, perché magari hanno bisogno di aiuto per richiedere la residenza o perché a volte le persone hanno solo bisogno semplicemente di parlare, di raccontarsi, per sentirsi meno bestie e più esseri umani. E invece il tempo stringe, la fila è lunga, la gente è stanca. Devi essere veloce, sbrigare rapidamente le pratiche ed evitare di rispondere alle domande che non ti competono. Il tutto per non lasciare nessuno fuori quando alle 13:00 chiude il portale del Comune. Il maledetto portale! Anche lui di tanto in tanto fa imbestialire, perché smette di funzionare costringendoti a bloccare tutto. Ci sono giornate in cui proprio nulla sembra funzionare, e la maggior parte delle persone che si presentano allo sportello è costretta a tornare a casa delusa, perché ancora la pratica non è stata evasa pur essendo passati diversi giorni. Hai persino la tentazione di arrabbiarti con chi si è presentato pur non avendo ricevuto l’sms di conferma della registrazione – ennesimo passaggio di una burocrazia farraginosa-  facendoti perdere del tempo prezioso. Poi, tornando a casa, ti rendi conto di quanto la ridicolmente lunga attesa di questo sms debba essere un vero tormento. Passano settimane senza risposta, senza sapere se la domanda è stata accettata o no, e nel frattempo in dispensa non c’è più nulla da mangiare. Io stessa, probabilmente, mi sarei presentata allo sportello ogni giorno per controllare lo stato della mia pratica, perché d’altronde non c’è altro modo: solo chi ha le password di accesso al portale può vederlo, mentre chi ha fatto richiesta dei buoni spesa è costretto a sbattere la faccia contro un lunghissimo silenzio.

Eppure, tra la fretta, la rabbia e la fame, io l’umanità non ho mai smesso di vederla. Dapprima tra noi, quando si portano i biscotti e le torte preparati a casa per mangiarli insieme agli altri volontari. O quando arriva Tony di Moltivolti con un vassoio pieno di tazzine di caffè. O quando, nonostante lo stress, abbiamo ancora voglia di sorridere, di usare gentilezza, perché tutti ce ne meritiamo un po’.

E poi tutti gli altri là fuori: la signora marocchina che ha la residenza e che ha potuto richiedere i buoni spesa e li divide con la vicina di casa, arrivata da poco tempo in Italia dalla Libia ma senza documenti.

Altri si offrono generosamente per fare da interpreti a chi non mastica bene l’Italiano e  deve scontrarsi con una burocrazia che, tristemente, parla solo la nostra lingua, nonostante la nostra sia la città delle culture e dell’accoglienza.

Ed ancora, la gentilezza con la quale la maggior parte delle persone è disposta a rispondere alle odiose domande dell’autodichiarazione: se hanno una persona invalida a casa, se sono rimasti senza lavoro né sussidi, quanti soldi hanno nel conto in banca. Te ne parlano come se lo stessero raccontando ad un amico o un parente e la voglia di stringergli la mano è tale che a volte si gioca a farlo a distanza.

Chi non ha nemmeno gli occhi per piangere, eppure si propone come volontario.

I sorrisi e la gratitudine di un paio di ragazzi pakistani che, pur avendo appreso di non aver diritto ai buoni spesa, sono tornati a chiusura con una scatola piena di anelli, per regalarli alle ragazze dello sportello. «Perché?» gli ho chiesto. «così… perché sei stata gentile».

Il signore che da settimane torna ogni giorno allo sportello chiedendo qualcosa da mangiare, perché fino a pochi giorni fa pensava di non aver diritto al buono perché residente ad Alcamo, e che mi ha ringraziato per avergli fatto il “favore” di inserirlo nella lista per la consegna della spesa, aggiungendo inoltre che se non fosse così povero mi chiederebbe di sposarlo (!).

«Non ti ho fatto alcun favore» gli ho risposto. Stiamo facendo soltanto il nostro  dovere, anche se da volontari. È il nostro dovere perché umani si possa restare ancora, senza diventare quelle bestie di cui parlava Moravia.

E comunque non stiamo facendo poi nulla di grandioso, anzi forse neanche il minimo indispensabile.

 

Clara Triolo,

Arci Porco Rosso e Libera Palermo

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