“State a casa”, “soffriamo tutti nello stesso modo”. Dall’inizio di questa crisi, lo Stato, la Regione e il Comune non hanno fatto che ripetere queste parole. Ma non è così. 

Ovviamente chi ha un tetto sopra la testa non soffre come chi una casa non ce l’ha. 

Ovviamente chi ha un reddito garantito o la possibilità di lavorare da casa non soffre come chi non ha più neanche i soldi per fare la spesa.

Lo Stato dice di esserci, ma ha scaricato sui Comuni la responsabilità di distribuire gli aiuti.  Questo processo di deresponsabilizzazione ha percorso tutta la catena istituzionale, finendo per scaricarne il peso sulle spalle dei volontari e delle volontarie; volontari che per primi, in questi giorni, vedono i propri progetti di vita messi in crisi da un’emergenza sanitaria che è già piena emergenza sociale.

Noi siamo fieri e fiere di sostenere la nostra comunità per spirito di solidarietà e militanza e, sin dall’inizio dell’emergenza, abbiamo lavorato con le altre associazioni per restare solidali con quella comunità di cui sentiamo di far parte e soprattutto con le tantissime persone in difficoltà che la compongono: dall’anziano venditore ambulante alla lavoratrice del sesso con tre figli a carico, dal rider che vive in una struttura di accoglienza per richiedenti asilo ai bambini bloccati a casa.

Abbiamo segnalato situazioni di grave fragilità ma anche di pericolo sanitario: abbiamo denunciato la fame che bussa alle porte di tanta gente e abbiamo provato con umiltà ad amplificare la voce delle tante persone ospiti della Missione di Speranza e Carità, di fatto il dormitorio dei senzatetto della città. 

Sono passati due mesi dall’inizio dell’emergenza e un mese dall’istituzione delle zone rosse: un tempo più che sufficiente, in teoria, per organizzare adeguatamente i servizi affinché nessuno resti solo ed escluso dalla possibilità di proteggersi e, quindi, di proteggere la comunità nel suo insieme.

Riteniamo importante dirlo anche perché in questi giorni, molti e molte di noi stanno aiutando gli abitanti in varie parti della città a inserire la loro richiesta alla Centrale unica di erogazione alimentare del Comune. Siamo risucchiati, ogni giorno, da pratiche che dovrebbero essere alla base del carico di lavoro del Comune. Lo stesso Comune che, al netto della generosa disponibilità di tanti, dovrebbe essere dotato di uffici, personale, risorse attive capaci di prendersi cura anche delle persone più fragili e sfruttate.
Al nostro posto dovrebbero esserci sportelli telefonici che garantiscano piena assistenza a chi non ha gli strumenti tecnologici e informatici per accedere a un servizio online. 

Lo Stato, nel suo insieme, sta confidando sul nostro attivismo costante per nascondere l’incapacità con cui le istituzioni stanno affrontando una crisi che, come al solito, finirà per far stare peggio chi male già ci stava.  

Noi pensiamo invece che da questa crisi debba nascere un Paese diverso, e che il nostro Paese avrebbe dovuto farsi trovare pronto di fronte a quella che non è una guerra né un fenomeno imprevedibile. 

Siamo pronti a proseguire le nostre attività di base per far sì che nessuna persona in difficoltà venga lasciata indietro, ma non vogliamo in alcun modo che si scambi questa disponibilità per l’accettazione di uno stato di cose che evidenzia, se ce ne fosse bisogno, che i nostri apparati pubblici non sono assolutamente in grado di raggiungere le persone in maniera adeguata, né di riequilibrare le disuguaglianze con interventi efficaci. Lo dicevamo ieri ed oggi ci sembra di doverlo urlare. 

Gli aiuti economici diretti, ad esempio, che sono stati erogati ancora solo in minima parte, comunque lasciano fuori una fetta importante della popolazione che non ha una residenza anagrafica – una classe che include non solo senzatetto e occupanti ma anche tanti affittuari – sia italiani che stranieri.
Le istituzioni hanno lasciato la soluzione di questi problemi di base a ONG, parrocchie, privati cittadini e associazioni come la nostra. Anche le campagne di fund-raising lanciate privatamente si sono rivelate fondamentali per soddisfare bisogni che non potevano attendere i tempi delle risorse pubbliche. 

Quindi, nonostante i miliardi di euro promessi a sostegno dell’economia, ci siamo trovati costretti a supportare e rilanciare delle campagne di raccolta fondi lanciate da associazioni sorelle (tra cui ARCI Ikenga e altre che fanno parte della rete di SOS Ballarò) per sostenere le persone da noi segnalate. Persone a cui avrebbe dovuto pensare lo Stato già due mesi fa.

Non ci tiriamo indietro. Il nostro obiettivo è sempre stato quello di portare avanti un ideale di comunità, di batterci per la libertà e i diritti di tutti e tutte, di far sì che nessuna persona venga esclusa.

Per questo motivo chiediamo:

  • che il Comune garantisca ai volontari formazione, presidi sanitari e linee guida di intervento chiare, nel rispetto della volontà di collaborazione che abbiamo dimostrato  sin dall’inizio della crisi;
  • l’immediata distribuzione dei beni di prima necessità alle persone che ne hanno bisogno con una gestione razionale e organizzata delle risorse destinate a tale scopo; le raccolte fondi private hanno dei limiti evidenti di sostenibilità e pianificazione a lungo termine, nonostante le donazioni ricevute, già domani tante distribuzioni potrebbero interrompersi
  • che le persone costrette a restare chiuse nei dormitori abbiano cibo, bagni puliti, adeguati presidi sanitari e accesso a internet; 
  • che le persone che sono rimaste fuori dai dormitori, abbiano la possibilità reale di essere accolte nella nuova struttura comunale, che dopo una iniziale breve apertura ha bloccato i nuovi ingressi, per riprenderli in maniera scaglionata nei giorni scorsi: per questo chiediamo una maggiore chiarezza riguardo le modalità di ingresso ed un ampliamento del numero di posti di accoglienza.  

Chiediamo tutto questo e lo esigiamo quanto prima, per il bene di tutti e tutte. 

Noi crediamo che questa città, la nostra comunità, debba pretendere delle risposte più efficaci e più inclusive, di quanto ottenuto finora. Non ci rassegniamo all’idea che le nostre comunità debbano temere per la propria sopravvivenza a causa delle inefficienze di un sistema istituzionale che non è riuscito a garantirla in un mese di emergenza. 

Pretendiamo una risposta, e la pretendiamo adesso.

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