Da sabato scorso tutte e quattro le sedi della Missione di Speranza e Carità sono state dichiarate “zone rosse” a causa della diffusione del virus COVID-19. La Missione di via Decollati si trova al momento nella situazione più critica, per numero di persone positive al virus e per numero di ricoverati. Le condizioni della maggior parte dei contagiati per fortuna non sono gravi.

Dal 2016 lo Sportello Sans-Papiers è in contatto con la Missione, alcuni di noi hanno vissuto lì per un periodo, prima di trovare altre strade, e tanti tra gli ospiti sono nostri amici e fratelli, nonché persone che si rivolgono al nostro sportello per supporto legale, sociale e sanitario. Agli inizi di marzo, pochi giorni dopo l’inizio del lockdown, abbiamo iniziato a contattare le istituzioni, preoccupati per la grave situazione di sovraffollamento e le precarie condizioni igieniche che hanno sempre caratterizzato la struttura. Per chi non conosce bene la realtà dentro la Missione, che ha pur ospitato tantissime persone che non avevano altre soluzioni abitative in questi anni svolgendo un ruolo importante, i dormitori di Via Decollati spesso ospitano più di 50 persone in una stanza, con i materassi stipati a terra e tutti gli effetti personali di ciascun ospite disposti intorno al suo materasso. E’ una situazione abitativa molto scomoda in tempi normali e sicuramente non adeguata ad un regime in cui il distanziamento personale significa protezione. 

Le nostre pressioni sono servite a far sì che il Comune e la Protezione Civile procedessero alla sanificazione dei locali e all’installazione di una connessione Wifi. Piccole concessioni rispetto alle nostre richieste, che volevano consentire agli ospiti di poter limitare i propri spostamenti, e quindi la propria esposizione al virus, durante l`emergenza.

Sin da mercoledì, quando abbiamo sentito dei primi ricoveri dalla Missione, i nostri operatori e mediatori sono in contatto con gli ospiti e sono stati presenti sul posto per cercare di spiegare la situazione, di per sé poco chiara, per ascoltare le loro preoccupazioni e riportarle ai tavoli di discussione. Con l’autorizzazione del Comune e in un continuo dialogo con tutte le istituzioni presenti – Prefettura, ASP ma anche Medici Senza Frontiere – abbiamo offerto, da volontari, la nostra esperienza nella mediazione. Abbiamo dato la nostra disponibilità per informare gli ospiti, capire al meglio i loro bisogni, assicurare la loro piena e consapevole collaborazione per lo svolgimento di tutte le procedure sanitarie necessarie.

Ci siamo trovati purtroppo ad avere poco da dire, e molto da ascoltare. Quello che in alcuni media è raccontata come ostilità degli ospiti della Missione verso i comportamenti da seguire, nella realtà è una fortissima richiesta di regole chiare e di informazioni, in sé del tutto legittima da parte di persone che si confrontano con procedure non chiare e che già vivevano una condizione di grande precarietà, aggravata adesso dall’isolamento forzato. 

Al di là quindi della discussione – necessaria – su cosa doveva essere fatto in passato, il protocollo sanitario d’emergenza in via di definizione deve puntare in primo luogo sullo svuotamento progressivo della struttura di Via Decollati.  A tutte le persone positive dovrebbe essere proposta una soluzione alternativa alla Missione. Una soluzione che proponesse solo la compartimentazione degli spazi sarebbe molto difficile da mettere in pratica: il rischio di una soluzione del genere è che il non perfetto funzionamento dei protocolli di distanziamento determini un ulteriore prolungamento della chiusura di tutti gli ospiti, negativi e non, dentro il centro di via Decollati, e con esso un aumento delle tensioni interne.

Questa prospettiva porta ad una seconda riflessione: non c’è uno status giuridico che definisca la situazione legale delle persone presenti all’interno della zona rossa. Gli ospiti della Missione – che, per la maggior parte, hanno già in corso da anni battaglie legali per il riconoscimenti dei diritti fondamentali –  si ritrovano adesso in una situazione di detenzione forzata, destinata a durare probabilmente diverse settimane, se non mesi. Sembra assurdo dover ribadire il punto: qua non si tratta di detenuti, ma di pazienti.

Non abbiamo dubbi sul fatto che le nostre richieste e rivendicazioni siano state nel tempo in gran parte ignorate perché si tratta del dormitorio “ghetto” della città, quello in cui vivono soprattutto cittadini di paesi africani, perlopiù senza valido permesso di soggiorno, alcuni dei quali con disturbi psichici. Il dormitorio racconta alla città cosa succede dopo i dinieghi, i mancati rinnovi, gli ordini di espulsione e l’assenza di vie legali per la regolarizzazione, delle mancate prese in carico da un punto di vista sociale e sanitario; ed è un storia che il Comune, la Questura e la Prefettura, da anni, si rifiutano di ascoltare o che ascoltano senza essere riusciti a determinare un radicale e necessario cambiamento nelle condizioni di vita all’interno della struttura.

Vista la gravità della situazione, riteniamo che ci siano, ad oggi, solo due risposte possibili; solo due azioni che, se realizzate in tempo, possono proteggere la salute degli ospiti e della città, nel rispetto dello stato di diritto e dei principi costituzionali: (1) il progressivo svuotamento della Missione e (2) il rilascio di un permesso di soggiorno straordinario per tutti gli ospiti della Missione.

A tutte le persone risultate positive dovrebbero essere proposte delle alternative alla Missione che permettano lo svolgimento della quarantena, la somministrazione dei tamponi e delle terapie necessarie, in modo degno. Le condizioni di alta vulnerabilità a cui sono esposti molti degli ospiti fanno ritenere che un eventuale piano di divisione interna della struttura dovrebbe essere utilizzato in subordine.

E` comprensibile che molti ospiti vogliano allontanarsi dalla struttura per cercare soluzioni più protette, soluzioni che devono essere valutate e facilitate insieme a professionisti.  Le considerazioni di salute pubblica ci impongono l’esigenza di approntare delle soluzioni abitative alternative, che possano ridurre il rischio di contagio all’interno e fuori dalla Missione.

Secondo, la situazione di irregolarità giuridico-amministrativa in cui molti degli ospiti presenti all’interno della Missione sono stati costretti a vivere, non è compatibile con le esigenze di salute pubblica. I protocolli sanitari potranno essere efficaci solo se realizzati in un’ottica di collaborazione piena con i pazienti e con la struttura. Solo il rilascio di un permesso di soggiorno straordinario per motivi di salute o emergenza per tutti gli ospiti della Missione permetterebbe di procedere alle procedure di riconoscimento, all’individuazione dei positivi e alla fornitura di un piano terapeutico. Una regolarizzazione va di pari passo con il benessere pubblico e la salute della nostra comunità.

Riteniamo che queste richieste rappresentino l’unico modo di portare soluzioni concrete ad una situazione che ha alte possibilità di tradursi in un significativo deterioramento della salute fisica e mentale degli ospiti, con inevitabili ricadute anche sulla salute pubblica. Rimaniamo solidali con i nostri amici e utenti che sono costretti a restare alla Missione, e soprattutto, auguriamo una pronta guarigione a tutte le persone ricoverate.

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