Tredici ragazzi gambiani sono stati espulsi dal CAS per presunta condotta irregolare e per il loro presunto ruolo nelle proteste contro le condizioni di vita all’interno del centro. Al Porco Rosso li sosteniamo; nelle montagne gli ospiti rimangono uniti contro ulteriori espulsioni.

In questi giorni la situazione al CAS Piano Torre Park Hotel ha raggiunto un punto di non ritorno. Il clima di rassegnazione che da mesi faceva tacere i richiedenti asilo del centro si è tramutato in esasperazione di fronte all’ingiusta espulsione di tredici ospiti con un decreto di revoca delle misure di accoglienza, provvedimento che fa sì che i richiedenti asilo siano esclusi in toto dal sistema di accoglienza italiano. Tutti e tredici i ragazzi sono gambiani e al momento hanno trovato una sistemazione nei locali di Via Decollati della Missione Speranza e Carità di Biagio Conte, a Palermo, in condizioni problematiche e di sovraffollamento. Nei prossimi giorni si aspettano altre espulsioni.

Mercoledì 14 dicembre quattro dei dodici ragazzi sono stati svegliati dall’arrivo dei carabinieri e sono stati costretti a firmare i decreti di revoca delle misure di accoglienza. Uno di loro, rifiutandosi di firmare un documento che non gli era neanche stato tradotto in inglese, racconta che un carabiniere avrebbe preso la sua mano forzandolo a firmare. Lasciati poi a Isnello, i ragazzi si sono diretti a Palermo solo dopo che dal loro pocket money fosse stato decurtato il costo del biglietto del pullman. Venerdì la scena si ripete e altri 4 giovani gambiani sono arrivati al nostro circolo nella totale confusione, dovuta fondamentalmente all’incomprensione di cosa realmente fosse accaduto. Ancora, la mattina del lunedì la polizia cerca di cacciare via altri quattro ragazzi, che questa volta si rifiutano di firmare e lasciare il CAS, dove le altre persone confermano la loro versione e ne condividono le posizioni. Il giorno successivo arriva la polizia in assetto antisommossa, costringe gli ultimi espulsi a lasciare il centro e successivamente sottrae con la forza delle stufette elettriche che gli ospiti del centro avevano comprato facendo delle collette tra di loro. Viene mostrato il manganello e in alcuni casi viene anche usato nei confronti di chi si rifiuta di consegnare le stufe, uniche attuali fonti di calore all’interno delle stanze.

Dallo sportello settimanale di supporto ai richiedenti asilo del Porco Rosso, abbiamo seguito la situazione di Isnello dal momento in cui è stato riaperto nell’aprile di quest’anno, facendo visite ogni mese, e rimanendo in contatto con i nostri amici che altrimenti sarebbero stati lasciati in condizioni che, da molti punti di vista, possono essere definite di abbandono – in cima ad una montagna prossima a Piano Battaglia, in un bosco delle Madonie. Dunque, dal momento in cui gli espulsi sono arrivati a Palermo, abbiamo provato a dare loro supporto, tra cui assistenza legale e dei pasti occasionali, li abbiamo indirizzati in alcuni dormitori e, con il supporto di altri amici della nostra rete di solidarietà come Bordeline Sicilia, ci stiamo muovendo per comprendere quali siano le ragioni effettive di un provvedimento così estremo e per cercare una qualche risposta dalle autorità competenti. Tuttavia la situazione non è per niente semplice e non si potrà risolvere a breve.

Vivere in un CAS isolato. Chiamato ironicamente dai ragazzi “Piano Forest”, il CAS di Piano Torre Park Hotel si trova a Piano Zucchi, frazione del comune di Isnello a quota 1100 m s.l.m., in mezzo ad un querceto del Parco delle Madonie. È gestito dalla cooperativa Scarabeo, titolare della struttura sembrerebbe essere la famiglia Mogavero, anche se è la responsabile dell’amministrazione la persona con cui si interfacciano giornalmente i richiedenti asilo. Fino alla scorsa settimana la struttura, un lussureggiante rifugio costruito nel 1984 da Mimmo Mogavero, ospitava circa 90 persone – soprattutto gambiani, ivoriani, maliani, senegalesi, nigeriani, pochi sierraleonesi e bengalesi – con 5 operatori e un medico.

La prima volta che siamo andati a Piano Torre era giugno e la situazione, anche se molto critica, era ancora gestibile, dal momento che chi risiedeva nel centro era stato mandato lì relativamente da poco tempo. Nelle successive visite è risultato progressivamente evidente come il clima stesse cambiando: dopo più di 4 mesi nel centro sono in tanti che pregano di essere aiutati, dal momento che, come oggi dichiarano, “c’è da perdere la testa in questa condizione di interminabile attesa e di isolamento”. Si consideri infatti che il primo centro abitato dista 9km, in un percorso di forte pendenza. Molti i casi di persone fuggite, anche fuori dall’Italia, dopo qualche settimana nel centro. Alcuni ragazzi sono stati portati direttamente dal porto di Palermo e credono che la Sicilia sia tutta boschi. Non vedono gente e per questo, affermano, i giorni più belli passati in Italia sono quelli che hanno passato con noi.

Da maggio la responsabile ha sempre assicurato che le lezioni di lingua italiana sarebbero iniziate una pluricitata “settimana prossima”, lezioni che sono iniziate solo ad ottobre. Per quanto riguarda gli indumenti che l’ente gestore dovrebbe fornire, ci è stato assicurato che gli ospiti del centro hanno sempre la possibilità di accedere ad una stanza adibita a guardaroba, anche se la proposta avanzata di visitare questa stanza è scemata successivamente a una nostra risposta affermativa. Durante la nostra ultima visita abbiamo parlato con un gruppo di nigeriani a cui erano state promesse delle scarpe in febbraio, addirittura costretti a passare l’inverno solo con le ciabatte infradito fornite al momento dello sbarco. In questo e in altri aspetti, emerge un notevole distacco tra ciò che gli ospiti denunciano e quello che invece la cooperativa vuole mostrare e far credere; in particolare nessuno crede più a niente e i rapporti tra la responsabile e i ragazzi sono fondati sulla sfiducia e sulle bugie.

Come in tutta la provincia, la lentezza della Questura nell’iter per i documenti lascia i richiedenti asilo in un limbo interminabile. Per farsi un’idea, la scorsa estate abbiamo mandato a Prefettura e Questura una lista con una ventina di nomi di persone che, dopo 9 mesi in Italia, ancora non avevano riempito un singolo documento per cominciare l’ietr della richiesta di protezione internazionale. Ad oggi, molti di loro rimangono in questa situazione di invisibilità e precarietà, alcuni da più di un anno in territorio italiano.
Queste e altre le problematiche maggiori che sono emerse da maggio fino ad oggi dalle conversazioni con i ragazzi ospiti del centro, che settimane fa hanno contribuito alla lettera scritta da un centinaio di richedienti d’asilo nella provincia di Palermo.

La situazione di insopportabile isolamento, congiuntamente ad una continua irregolarità nell’erogazione dei servizi che un CAS dovrebbe fornire, ha portato i ragazzi a varie proteste, tutte non violente. La prima protesta è avvenuta a fine di agosto, quando un gruppo di persone ha bloccato la strada fuori dal centro. Alcune persone sono state portate in commissariato dove hanno denunciato le condizioni del CAS, tra cui la chiusura dell’acqua durante le ore notturne. Sono stati presi trenta nominativi. Un incontro promesso agli ospiti nei due mesi successivi non è mai avvenuto, ma le lezioni di italiano sono finalmente cominciate. In ottobre e novembre ci sono state altre proteste per il ritardo nell’erogazione del pocket money, in più l’inverno è arrivato e presto arriverà la neve. L’ente gestore rifiuta di accendere il riscaldamento e i ragazzi sono stati costretti ad usare i loro soldi per comprare le stufe elettriche, ora sequestrate dagli agenti di polizia.

La nostra riflessione. Come abbiamo già evidenziato, tutti i ragazzi espulsi sono gambiani. Si noti che la responsabile parla solamente francese, e questo potrebbe aver influito in una mancanza di comprensione reciproca. Dal momento che conosciamo le dinamiche dei fatti, sappiamo anche che non sono solamente loro ad aver preso parte alle proteste. Ognuno di loro, nessuno escluso, nega in toto di aver occupato aree della struttura, rubato o altro. Tra le persone rimaste al centro da noi contattate, nessuno afferma che questi avvenimenti siano realmente accaduti.

All’inizio di dicembre, il numero degli ospiti era salito a 90: quasi il doppio delle persone che effettivamente potevano lì alloggiare. Se da un lato la condizione di sovraffollamento ha esasperato una situazione già abbastanza critica di per sé, sfociando in proteste che l’ente gestore non ha alcun interesse ad ascoltare ma solamente a reprimere, dall’altro lato è chiaro che questa tattica di espulsione da parte della Prefettura non ha nessun senso. Se fossero veramente persone troppo pericolose, tanto da non potere essere ospitate in un centro di accoglienza, lasciarli per strada creerebbe solamente nuove e ben più gravi problematiche. Da questo quadro sembra ovvio che la revoca sia da un lato una punizione esemplare, “pour encourager les autres”, e dall’altro una misura terribilmente dannosa per decongestionare i CAS sovraffollati, e in questo caso ci auguriamo davvero di sbagliarci perchè saremmo davanti ad una misura replicabile, che va ad appesantire la rete di solidarietà portata avanti da associazioni che non ricevono alcun contributo pubblico e che vivono già momenti di difficoltà nella gestione di fenomeni di clandestinità.

La nostra proposta alla Prefettura e Questura, assieme con altre associazioni della città, di organizzare un incontro con i richiedenti asilo dai diversi CAS della provincia, fin ad oggi è stata ignorata. Ci sembra l’occasione giusta per richiedere nuovamente e con più forza un incontro, necessario quantomeno alla comprensione delle dinamiche in atto. Anche se non cambierà il fatto che tredici, e forse anche più persone, dormiranno per terra nei prossimi giorni.

Richard Brodie e Giulia Gianguzza

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