Due operatori del nostro Sportello Sans-Papiers, Giulia Gianguzza e Kamal El Karkouri, hanno scritto un articolo che racconta delle nostre esperienze degli sbarchi dalle ‘navi quarantena’, un capitolo vergognoso nella gestione della pandemica del flusso migratorio che, purtroppo, ancora non si è chiuso. Qua trovate alcune delle loro parole e delle testimonianze da loro riportate.


Il presente contributo è scritto da due operatori sociali che da cinque anni operano in Sicilia, insieme, in interventi a bassa soglia perlopiù volontari. Riflette lo sguardo di chi ha incontrato i protagonisti dell’articolo, ovvero le persone trattenute sulla nave quarantena, seguendoli nei diversi non-luoghi in cui ‘agiscono’, sebbene spesso sembri che essi ‘subiscano’ uno stato di sospensione del diritto […].

“Un giorno entrerò con la mia macchina su un grande babour [nave] che mi riporterà in Tunisia per le ferie, per andare a trovare la famiglia e gli amici. Questa era l’immagine che mi ero fatto prima di partire per l’Italia. Non ero neanche arrivato in questo paese e già l’immagine che avevo di tutta questa bellezza si era trasformata, dopo essere stato su un babour per la quarantena. Lì l’unico desiderio era almeno poter parlare con un mediatore.”

Queste sono le parole di A., trentenne tunisino che abbiamo incontrato in stazione lo scorso settembre, pronunciate con grande ironia nei confronti dei propri sogni e del proprio progetto migratorio che ha capito per la prima volta non essere conformi alla realtà proprio mentre si trovava sulla nave quarantena: uno spazio ‘esterno’ alla città e al suolo italiano, destinato ai ‘non cittadini’, pur essendo sotto la giurisdizione delle autorità di questo paese […].

Gli fanno eco le parole di M., giovane egiziano incontrato il 20 novembre con un foglio di via notificato il giorno prima dalla Questura di Agrigento, che afferma:

“Nonostante quello che ho vissuto durante il viaggio ed i giorni passati sulla nave, avevo una speranza: scenderò in terra europea, la terra del diritto. Invece, arrivando a Porto Empedocle mi è stato dato un foglio con su scritto che avevo sette giorni per lasciare l’Italia, come se l’Egitto, il mio paese, fosse uno Stato democratico e tranquillo dove i diritti umani sono rispettati. E se io fossi un attivista? Nessuno mi ha chiesto nulla sulla mia vita.”

Rimandiamo il lettore all’articolo pubblicato nella rivista Altro Diritto, Volume 4/2020, Sezione speciale Covid-19: https://www.pacinieditore.it/wp-content/uploads/2021/03/8-Gianguzza-e-Karkouri.pdf

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