Il “Cinesahel – luci d’Africa a Ballarò” continua questo weekend al nostro circolo e si conclude domenica in Piazza Santa Chiara. Abbiamo parlato con Cheikh Gueye, operatore sociale, il nostro socio e una parte della direzione artistica della rassegna. [Foto: Naomi Morello]

Porco Rosso: per quale motivo avete scelto di fare un cineforum africano a Ballarò?

Cheikh Gueye: È un idea nata da una discussione con alcuni ragazzi italiani dell’associazione ‘Nomadica’ che hanno l’interesse di approfondire il cinema africano. Ci siamo ritrovati con la voglia, condivisa anche da parte mia in quanto africano, di conoscere meglio il cinema africano e portarlo nel cuore del quartiere che accoglie. Questi ragazzi italiani, come me, si può dire, si erano stancati di vedere sempre dei racconti dell’Africa vista da lontano, da uomini di altre culture. L’idea è nata prima di tutto per condividere un racconto dell’Africa scritto e prodotto da africani. Abbiamo scelto Ballarò in parte perché abbiamo partecipato a un bando dello stato italiano per promuovere il cinema “in periferia” e Ballarò, come sai bene, è un quartiere periferico.

PR: In un certo senso sì, però un quartiere periferico che sta al centro della città.

CG: Sì, è periferico per le sue contraddizioni ma è un quartiere multiculturale, in cui si vede la presenza di persone di nazionalità diverse, di culture diverse. Farlo a Ballarò per noi era un modo di superare le barriere, non solo tutte le barriere che ci sono fra qua e l’Africa ma anche le mura che ci sono dentro lo stesso quartiere di Ballarò. Venire nel cuore di Ballarò per portare qualcosa che appartiene ad alcune delle persone che vivono qua; fare diventare Ballarò non solo uno spazio multiculturale ma anche uno spazio interculturale dove le persone dialogano e si conoscono. Dialogare attraverso la cinema, questo è stato il motivo della nostra scelta .

PR: I film sono dell’Africa occidentale, si capisce anche dal nome della rassegna, Cinesahel – ‘Sahel’ è il nome di quella regione. Ti chiedo, però, perché ci sono dei film di alcuni paesi ma non, per esempio, della Guinea o della Nigeria? Quest’ultimo un paese con una forte industria cinematografica?

CG: È una domanda che ci hanno fatto in tanti, non è nemmeno una domanda che ci sorprende. Quando diciamo ‘il cinema africano’ non possiamo parlare di tutta l’Africa perché è un continente con una ricchezza cinematografica grandissima, volevamo portare un pezzo del cinema africano. Questo progetto rappresenta una partenza, una sfida che ci siamo posti, con l’idea di rappresentare, magari in futuro, il cinema di tutti i paese dell’Africa e far vedere la ricchezza di questo cinema anche in altri paesi. Il Senegal merita un’attenzione a parte per il cinema africano; il primo film girato da un subsahariano – anche se è stato girato in Francia – era ‘Afrique sur Seine’ di Vieyra, così abbiamo deciso di rappresentare il cinema africano partendo dai film senegalesi.

PR: Quindi Senegal ha una centralità storica, un buon punto di inizio per poi andare in avanti.

CG: Esattamente.

PR: È chiaro che c’è un gran vantaggio per gli africani poter vedere i propri film, ma abbiamo sentito nelle presentazioni che questi i film non si vedono né Europa né in Africa. Qual è la cosa più importante che un europeo, un italiano per esempio, può capire dalla visione di questi film?

CG: Prima di tutto rappresentano l’opportunità di rompere la visione tradizionale dell’Africa che tanti giovani occidentali, tanti in genere hanno, una visione di giustificazione del colonialismo che emerge dal cinema coloniale di propaganda e viene diffusa dalla grande distribuzione. Al contrario, i film che proiettiamo anche al livello artistico puntano molto sull’immagine dell’Africa con colori, piante, strade, clima, rumore.

PR: C’è una certa modernità che rompe con un discorso di Africa-villaggio, africano-contadino; ci sono villaggi e contadini nei film, ma sono forse in un modo diverso che fa capire anche un altro tipo di modernismo, un’altra avanguardia.

CG: Assolutamente, però c’è anche un certo stile. Una modernità? Si, può dire, ma una modernità a volte molto discutibile, che mette in evidenza una situazione post-coloniale, una modernità ereditata dal sistema coloniale, a cui non apparteniamo. Questo si può vedere anche nelle case o nello stile delle persone. Di sicuro non c’è quella immagine dell’Africa coma una foresta con gli animali. C’è un’Africa sorridente ed anche un’Africa materialista ereditata sopratutto di nuovo dal colonialismo.

PR: Qual’è il tuo film preferito della rassegna?

CG: Scegliere è molto difficile ma ‘La noir de’ di Ousmane Sembene [domenica sera alle 20 in piazza Santa Chiara] mi tocca di più. È un film che colpisce ognuno di noi, che colpisce un giovane africano che lo vede, come un giovane occidentale, che parla alle persone contro il colonialismo e il post-colonialismo del rapporto fra il bianco e l’africano. Il film parla della storia di una ragazza senegalese e quindi della situazione di tantissime donne in Africa, che in quei tempi non erano attori principali purtroppo nella società in generale. Il ruolo della donna, costretta in una società patriarcale, era o di stare a casa o fare certi tipi di lavoro, di essere sfruttate o maltrattate. Mette in scena la vita delle donne relegate al lavoro domestico che era una forma di schiavitù e continua ad esserlo troppo spesso. Ha messo in scena attraverso il film un problema sociale, che poi ha provato a criticare. D’altronde ha descritto una storia migratoria, mostrava la nostalgia che si vive dentro un territorio, un paese, un continente che non si conosce, perché hai perso i tuoi costumi e non è possibile integrarsi in un sistema, perché l’altro non ti vede come una persone con delle risorse potenziali. La conseguenza è il suicidio delle persone. E si suicidano attualmente tanti migranti, un suicidio anche morale perché si arriva a un punto in cui non si può dare niente, si vive in posti in cui non si prova appartenenza, dove si è costretti a vivere per un mandato familiare o anche semplicemente, perché si aveva voglia di emanciparsi in quanto essere umano.

CineSahel

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